Il bullismo: la logica del branco.


Qualcuno avrà letto “il signore delle mosche”, sì di un certo Golding, una storia immaginata oltre cinquant’anni fa, che in qualche modo riproduce o comunque richiama la nascita di una società molto primitiva, animalesca, con gerarchie dure,  fondate su rapporti di forza  e ritualità magiche e terrifiche, così come essa si sviluppa spontaneamente in un gruppo di fanciulli abbandonati a sé stessi.
 Cosa spinge dunque l’uomo ad aggregarsi? Il bisogno di comunicare e di amarsi? Sì certo, ma non soltanto: un motore potente è la paura e quindi il bisogno di sentirsi protetti.
In genere molti tendono ad allinearsi ed allearsi con chi è percepito più forte (il più forte magari potrà proteggerci di più, ma soprattutto è meglio non averlo come nemico).
La coesione, l’unità di intenti e quindi, più che la partecipazione, direi proprio l’obbedienza alle attività che vengono stabilite dal gruppo sono requisiti fondamentali al successo ed al raggiungimento degli scopi fissati.
 La paura genera strutture di rapporti rigide e regimi tirannici e/o militari: chi ha paura è in guerra. Se non esiste un pericolo reale potremmo ritenere che questo qualcuno sia in guerra con sé stesso, ma comunque in guerra.
Quando in un gruppo i malesseri ed i timori, sono intensi quel gruppo tenderà ad assumere condotte di tipo persecutorio verso i soggetti più deboli, in questo modo ciascuno si sentirà “liberato” anche se solo transitoriamente ed illusoriamente:
-          se succede ad un altro, non sta succedendo a me ed a me non può succedere perché io, come appunto sto dimostrando, sono più forte -.
Il capro espiatorio designato di norma, anche se non sempre, è un soggetto emarginato o isolato e poco capace di difendersi, può essere qualcuno più timido, ingenuo o anche un disabile: in ogni caso deve presentare uno o più aspetti che lo rendano un bersaglio facile.
In preadolescenza ed adolescenza potremmo ipotizzare che alcuni atteggiamenti aggressivi siano anche condizionati dalle importanti modificazioni ormonali in corso, ma probabilmente ciò che gioca la parte  essenziale  è la paura generata nella esperienza di parziale svincolo dai riferimenti protettivi familiari. Tipicamente gli atti di bullismo avvengono al di fuori del controllo degli adulti e/o delle autorità in genere.
Non tutti coloro che si rendono responsabili di piccoli e grandi abusi, considerati meschini sul piano etico, sono giovani che vivono malesseri profondi: devono riuscire a cavarsela lontano da mamma e papà e possono riuscirci conformandosi al gruppo dei coetanei, il consenso del gruppo fa apparire “normale” il comportamento, i riferimenti interni  non sono ancora solidi e la capacità critica non ancora del tutto sviluppata.
Chi vince ha sempre ragione e, se sa scrivere, scrive anche la storia, se non sa scrivere può sempre incaricarne qualcun altro.
Che piaccia o meno riconoscerlo, molte di queste dinamiche sono operanti anche nel mondo degli adulti.
L’aspetto che più di altri ferisce e scandalizza la moralità delle persone è il fatto che vengano presi di mira alcuni soggetti deboli ed in particolare i disabili. In realtà questo è ciò che accade praticamente sempre nei casi di sopraffazione e violenza: la sicurezza dell’impunità e del successo funzionano da forti richiami.
In natura i predatori puntano sempre l’animale più debole o più lento in un branco: perché? Si assicurano il pasto con meno fatica e meno rischi. Nella specie umana il gruppetto che vuol sentirsi bravo e forte fa lo stesso per motivi analoghi: un successo facile, un tornaconto “positivo” in termini di immagine rispetto al gruppo di appartenenza, nessun rischio di ritorsione.
Il bullismo non è un fenomeno che nasce in questi anni: è sempre esistito.
Oggi grazie alla scolarizzazione di massa, all’estensione dell’obbligo scolastico, alla riduzione del numero dei figli  nelle famiglie, con conseguente maggiore attenzione e partecipazione degli adulti alla loro vita sociale, etc. è più frequente che il fenomeno emerga e venga riconosciuto da insegnanti e genitori.
I provvedimenti necessari sono essenzialmente di tipo educativo per la maggior parte dei giovani, in alcuni casi tuttavia bisogna affrontare la fonte del malessere: non possiamo aspettarci che da un calice colmo di veleno trabocchi ambrosia.
Di solito, infatti,  la gente riesce a dare ciò che ha e chi soffre trasmette per lo più dolore, né può fare diversamente, specie nella prima giovinezza quando le capacità di elaborazione interne sono abbastanza limitate (in alcuni casi restano limitate anche molto a lungo).
È anche vero che spesso determinate azioni vengano portate avanti senza che vi sia consapevolezza adeguata delle conseguenze e della altrui sofferenza: la dinamica che si viene a creare preclude la possibilità di identificazione con l’altro (percepito come assolutamente diverso  ed estraneo) e quindi di solidarietà con la vittima, sentimenti inibiti anche dal timore delle reazioni nel “branco”.

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