le nuove generazioni nella scuola italiana


La scuola è, dopo la famiglia, la più grande agenzia educativa per le generazioni del futuro. Si tratta di una realtà complessa oltre che composita e variegata sia per il numero di persone che vivono parte della loro quotidianetà all'interno di questa istituzione, sia per i differenti percorsi ed impostazioni culturali che essa propone. Non sempre la scuola è stata così importante e così polivalente. Ai tempi della riforma Gentile (1923) era ancora alto il tasso di analfabetismo in Italia e l'obbligo scolastico era essenzialmente limitato ai cicli necessari per  l'alfabetizzazione e l'avviamento al lavoro.
Gli studi superiori erano concepiti come qualcosa da riservarsi ad una casta di privilegiati, "i migliori" anche se forse la concezione, all'epoca, era più classista che meritocratica . La strutturazione scolastica concepita da Gentile e, con essa le idee che l'avevano ispirata, sono restate inalterate fino al 1962, quando vi è stata la unificazione della scuola media e l'abolizione quindi della scuola di avviamento professionale. Fino a quel momento solo il ciclo elementare era realmente obbligatorio, malgrado Gentile avesse portato l'obbligo scolastico o formativo fino  ai 14 anni. Ovviamente finché la scuola era destinata soltanto ai pochi studenti motivati per vocazione o per appartenenza del nucleo familiare ai ceti già colti, il compito degli insegnanti era prevalentemente di tipo didattico: essi dovevano limitarsi a trasmettere contenuti culturali specifici che sarebbe poi stato compito dello studente assimilare e rendere propri.


L'estensione della fascia dell'obbligo scolastico ha riportato in primo piano anche nella scuola media un'altra delle funzioni fondamentali della scuola, vale a dire il compito educativo, rispetto al quale l'istituzione non sempre riesce a dimostrarsi adeguata, mancando al personale docente delle scuole secondarie una specifica formazione pedagogica e psicologica. Trattandosi di laureati nelle diverse discipline, i docenti delle scuole secondarie fanno non poca fatica a considerare una funzione pertinente al proprio ruolo qualcosa che non sia spiegare ed effettuare le dovute verifiche con le relative valutazioni attinenti la propria materia.

Nel 1977 vennero abolite le classi differenziali riservate ai soggetti disabili e quindi ne venne garantita la integrazione nelle classi comuni con i supporti previsti dalla successiva legge 104/92. L'integrazione degli alunni disabili ha creato ulteriori scompensi e difficoltà nella scuola e negli operatori del settore, che tutt'ora faticano ad adeguarsi anche perché alle leggi non sempre hanno fatto riscontro modificazioni delle strutture e metodologie tali da consentire una buona qualità dell'insegnamento e della scuola nel suo complesso. In effetti ancora oggi, in molti casi, i disabili vengono pressoché interamente delegati ai docenti di sostegno sicché, anziché fruire di un supporto in più, fruiscono di meno ore di lezione e creano col proprio insegnante una piccola classe differenziale all'interno della classe comune, con reciproco disturbo ed elevazione dei costi.

Dopo questo momento si sono succedute riforme e successive abrogazioni: La riforma Berlinguer varata nel 1997 ed abrogata nel 2003, la riforma Moratti partita nel 2003 ed abrogata poi dal governo Prodi. Come in una situazione di emergenza, quando nascono ansia e confusione e non si capisce bene cosa fare. Poi il turno di Gelmini che, a sua volta, ha suscitato non poche polemiche.

La scuola sembra un macro organismo che si muove con lentezza e goffagine e  ricorda un pò le ipotesi degli studiosi circa l'improvvisa scomparsa dei dinosauri dal pianeta terra: è certo che creature così mastodontiche abbiano avuto difficoltà tanto nel procacciarsi una sufficiente quantità di cibo, quanto nel riadattarsi velocemente alle modificazioni ambientali. Si capisce che e gli operatori scolastici vivono una crisi di identità: la scuola, divenuta obbligatoria, ormai fino ai 18 anni, ha assunto una rilevante funzione sociale: compito per il quale i nostri vari professori non sono affatto preparati. A questi poveri insegnanti che hanno avuto la dabbenaggine di laurearsi magari in matematica, pittosto che in scienza della educazione, non possiamo dare un voto proprio negativo: in effetti fra loro serpeggia il vissuto di sovraccarico e la demotivazione.


A nessuno è venuto in mente che, cambiando il target scolastico ed immettendo numerosi studenti anche poco motivati e delle più diverse estrazioni culturali, forse sarebbe stato utile fornire le scuole anche  di personale non docente, ma preparato ai ruoli educativi e rieducativi che si richiede alla scuola  di esercitare .

No: nel momento in cui il problema educativo è emerso si è pensato giustamente di affrontarlo col voto di condotta ...Ora nella scuola vi sono tante diverse persone e tuttavia chiunque abbia conosciuto un banco in un'aula sarà in grado di distinguere l'insegnante che soprattutto insegna dall'insegnante che soprattutto giudica: è chiaro che alla pubblica istruzione c'è qualcuno che soprattutto giudica, il che è meno faticoso e consente di non mettersi in gioco, così da non poter vivere minimamente come anche un pò propri i fallimenti degli alunni.



L'affollamento scolastico crea grossi problemi e verosimilmente anche per questo vige la promozione politica, specie nella scuola primaria e secondaria di primo grado: la promozione politica, tuttavia comporta la richiesta sempre più frequente di programmazioni individualizzate per gli alunni che non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi programmatici della classe. In effetti la scuola è la maggiore produttrice di portatori di handicap ... Nessuno ha pensato che moltiplicandosi il numero degli alunni e diversificandosi la platea scolastica, sarebbe stato necessario moltiplicare e diversificare le risorse umane e strumentali per far fronte alla nuova realtà, conservando o magari migliorando la qualità del servizio offerto.



Il problema non è quanti e quali licei esistono, il problema è che se a scuola non sono più 100, ma 100.000 occorrono più insegnanti (preferibilmente curriculari e non di sostegno), se gli alunni non sono uniformi per mentalità e  cultura di base, occorrono educatori e psicologi che consentano la integrazione e l'adattamento dei  ragazzi sia tra loro che rispetto alla istituzione scolastica. Occorrono revisioni dei programmi e delle metodologie tali da rendere le materie di studio più vicine agli interessi dei giovani ed alla loro vita attuale.
Occorrono molte cose reali e concrete che hanno un costo sul piano economico, ma si tratta di un investimento sul futuro della umanità.

Se non è chiaro a tutti, infatti, oggi la scuola deve competere coi mezzi di comunicazione mediatica, che spesso non suggeriscono modelli educativi coerenti con quanto si vuole ufficialmente insegnare nella scuola ... ma risultano assai più attraenti e coinvolgenti. Su di un piano ideale bisognerebbe quindi liberarsi da quell'atavico pregiudizio che vuole lo studio dovere e sacrificio: lo studio è qualcosa che soddisfa la curiosità e la voglia di sapere e conoscere di ciascuno, nasce, come l'appetito, da un bisogno interiore proprio. Osservare e comprendere i bisogni è fondamentale per ottenere il coinvolgimento.
Diversificazione del personale e dei programmi, adeguamento di strumentazioni didattiche e metodologie, introduzione di attività integrative sono solo alcune delle cose potenzialmente utili alla riqualificazione. 

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