Il sentimento religioso (parte terza)



Ogni ordine costituito ed allo stesso modo le strutture logiche della nostra mente tendono a conservarsi il più possibile uguali. Se capita qualcosa di non previsto e diverso da quanto c’è da aspettarsi in base alla nostra struttura interpretativa della realtà possiamo reagire in vario modo: il più semplice è ignorare e scotomizzare l’elemento incongruente, preservando quindi il criterio già strutturato. Più laborioso e difficile è mettere in discussione la struttura precedentemente formata, analizzarne gli elementi, valutarne i limiti rispetto alle situazioni e quindi elaborare altre strutture applicabili in contesti differenti oppure modificare la stessa struttura,  integrandola con elementi nuovi ed organizzandola in forme tali da poter includere e spiegare quanto di diverso abbiamo osservato. La prima modalità appartiene a forme di “rigidità” proprie di menti povere e/o ipocritiche ed anche di menti sopraffatte da disagi tali da non poter in alcun modo affrontare la crisi con la confusione e la fatica che essa comporta e che sempre precede il cambiamento.
Le menti sane di norma riescono ad esprimere un livello di duttilità ed elasticità sufficiente a garantirne un buon adattamento e quindi la sopravvivenza nell’ambiente. È curioso rilevare come molte istituzioni sociali tendano a comportarsi come una persona afflitta da qualche forma di ritardo mentale: cercano di conservarsi, identiche a sé stesse, scotomizzando la storia e l’evoluzione del costume. Questa caratteristica è particolarmente presente nelle istituzioni religiose, dove il cambiamento è reso difficile dall’idea che vi siano “dogmi rivelati” dalla divinità e perciò con caratteristiche di validità eterna proprie del divino.
La divinità viene inoltre, spesso immaginata come capace di punizione verso trasgressori ed infedeli e pertanto capace di attivare l’emozione di paura da intendersi nel senso primitivo del termine, essendo essa il correlato sul piano affettivo di ciò che ad un livello conoscitivo rappresenta appunto la cognizione della propria finitezza e la consapevolezza dei limiti umani. Questo aspetto rende più difficili evoluzione e cambiamento intesi come “tradimento” ed abiura.
La possibilità di identificarsi in qualche modo o misura col divino sostanzia la giovanile percezione di invincibilità ed eternità, estremamente gratificante, mentre la paura si pone a sentinella del nucleo di religiosità individuale.
Estasi e paura richiamano la dicotomia tra bene e male: discriminazione primordiale (buono e cattivo del lattante, soddisfazione e dolore) presente in ogni essere umano ed in ogni forma di religiosità. Del bene e del male però parlerò un’altra volta (continuerò ….?).

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