Il disturbo di comunicazione nel bambino autistico: nuove frontiere della scienza




La definizione di autismo infantile in passato è rimasta a lungo controversa: alcuni studiosi tendevano ad utilizzare tale definizione in maniera estensiva ed altri invece in forma restrittiva.
Oggi il disturbo autistico è definito come un quadro sindromico secondo i criteri del DSM IV.
La fenomenologia clinica rappresenta evidentemente quanto è più facile condividere, essendo direttamente osservabile e misurabile, una volta che siano stati selezionati i criteri, ovvero gli aspetti che si ritiene rappresentino le connotazioni essenziali del disturbo.
 Malgrado questo ciascun bambino autistico è un mondo a se stante, così come ciascun bambino normostrutturato.
Per lungo tempo l'autismo è stato considerato da una parte degli studiosi un disturbo "funzionale"  come del resto è avvenuto per  le psicosi dell'adulto, mentre un'altra parte del mondo scientifico ha da sempre ricercato cause organiche alla base del disturbo, individuando di volta in volta particolari assetti genetici, disfunzioni neurofisiologiche, etc.
In realtà fino ad oggi nessuna teoria è sufficientemente confermata e nessuna potrebbe da sola spiegare la complessità del funzionamento autistico.
Le ricerche che focalizzano l'attenzione sugli aspetti fisiopatologici, biochimici, genetici ed in una parola organici hanno tuttavia un grande merito, che è quello di sfatare alcune teorie (estremamente colpevolizzanti per i genitori e per le madri in particolare) che collocano la origine del disturbo autistico in una disfunzione della relazione primaria, nell'ambito della diade madre bambino.
Ora, riconosciuto questo merito che ha certamente valore sul piano etico, andiamo a considerare una delle più recenti teorie sul disturbo che è alla base dell'autismo.
Mi riferisco alla teoria della disfunzione dei neuroni a specchio.
Per chi volesse approfondire l'argomento, rimando all'articolo pubblicato su Neuroscienze di dicembre 2010.

Sinteticamente si tratta  di alcuni studi che hanno individuato nella corteccia motoria alcune aree neuronali che si attivano non quando il movimento viene compiuto, ma quando viene osservato.
La nozione comune è che subito oltre la comunicazione corporea che avviene nel contatto fisico (percezione di calore, odore, sensazioni tattili, "dialogo tonico" etc.) la seconda tra le più primitive forme di comunicazione è la imitazione: gli studiosi ritengono che le aree cerebrali corrispondenti alla attività dei neuroni a specchio siano il substrato fisiologico di ogni comportamento motorio di tipo imitativo ed hanno dimostrato che l'attivazione di queste aree è ridotta o non presente nei soggetti autistici, ipotizzando in conclusione che la genesi del disturbo autistico potrebbe essere riconosciuta in una disfunzione  dei meccanismi neurofisiologici che sottendono la comunicazione imitativa.
Lo studio è molto interessante e fondato ed esplora anche altre funzioni di queste unità neuronali presenti ed attive non solo nella specie umana.

Ora, il fatto è che l'attivazione dei neuroni a specchio richiede che un movimento venga osservato, vale a dire che il soggetto stimolato riesca effettivamente a convogliare la propria attenzione su quanto accade davanti ai suoi occhi e, naturalmente, per il bambino autistico la difficoltà sta proprio in questo:
 è difficile ottenere questa attenzione.
L'autistico grave spesso manipola senza guardare ciò che fanno le sue mani e spesso si muove senza guardare davanti a sé. Fermo restando il fatto che esistono livelli di funzionamento anche assai differenti  nell'autismo,  il problema di solito è proprio quello di riconoscere la intenzionalità e la finalità delle  azioni. Ammesso che il bambino abbia qualcosa davanti agli occhi, ciò non vuol dire che la stia osservando ...
Il problema maggiore, quindi è la attenzione ovvero la capacità di selezionare gli stimoli, strutturando il pensiero e l'azione in percorsi intenzionali.
Ora che il  problema consista nella possibilità di evocare l'attenzione (e con essa l'investimento affettivo) sull'oggetto pare trovare conforto in uno studio condotto di recente ben sintetizzato in una notizia Ansa di oggi.
Lo studio, condotto presso l'Università di Padova dal prof. Castiello, dimostra attraverso una sperimentazione su due gruppi di bambini, uno dei quali con disturbo autistico e l'altro sano, che la presenza dell'odore del corpo materno incrementa nei bambini autistici la capacità di produrre comportamenti di tipo imitativo, laddove invece non influenza il comportamento dei bambini sani.
Ora la stimolazione olfattiva, richiamando una dimensione di comunicazione corporea sembra essere quella che più di ogni altra riesce ad attrarre l'investimento affettivo (oggettuale) e quindi l'attenzione del bambino autistico: uno spunto, in realtà non nuovissimo (si pensi alla terapia della holding) ma certamente utile per costruire nuove ipotesi di lavoro.

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