Donne che amano troppo. Punto secondo: la famiglia di origine





Siamo spesso portati a spiegare i comportamenti delle persone, motivandoli su ciò che sono stati la loro formazione educativa, le loro esperienze, i loro modelli  di identificazione e di relazione conosciuti.
Non voglio dire che questo sia sbagliato: può essere una delle chiavi di lettura e di comprensione, ma certo non l'unica.
La persona umana è qualcosa di più complesso di una semplice addizione o sommatoria.
Anche in una elementare reazione chimica accade che due sostanze che interagiscono, formano un prodotto che è diverso dalla somma dei reagenti, ma anzi può avere caratteristiche del tutto inaspettate.
Una reazione chimica in fondo è la meno complessa  delle trasformazioni che possono avvenire in natura.

La persona umana si trasforma, cresce, interagisce col suo ambiente e da un certo momento in poi comincia a sviluppare consapevolezza e può divenire capace di orientare la propria crescita ed il continuo cambiamento della propria vita in base ad una  scelta, espressione di una volontà consapevole.
Abbiamo visto altrove che anche una cultura religiosa, che, per la sua storia, è stata spesso vissuta e praticata come discriminante, colpevolizzante e punitiva, può  essere riletta da una angolazione differente: così avviene anche per quei modelli di relazione che sono stati interiorizzati profondamente, perché vissuti nel primo gruppo sociale di cui abbiamo avuto esperienza, cioè la nostra famiglia d'origine.

Non vogliamo sopravvalutarci: sappiamo bene che è molto difficile inventarsi di sana pianta qualcosa di mai visto, né conosciuto, è difficile già riuscire ad immaginare che quel qualcosa  esista, figurarsi poi costruirlo.

Nessuna  struttura familiare, per disfunzionale che sia, è specifica come habitat formativo di donne destinate ad "amare troppo", ma non si può negare che l'insicurezza, la colpevolizzazione, l'autosvalutazione e la dipendenza rappresentino un terreno fertile su cui edificare questo tipo di castello vuoto.
La scelta sbagliata paradossalmente è spesso una scelta di ribellione, dettata dalla rabbia: può comportare una rottura che è la prima sbarra della gabbia che ci si sta costruendo intorno.

In natura tra molte specie animali accade che i maschi si battano tra loro per accoppiarsi: di norma è il vincitore che si aggiudica la femmina.
Questo ha un senso perché spetta al più forte ed al più robusto fornire il proprio seme per la generazione futura in modo da migliorare la specie.
Il maschio lo si vuole forte: se lo è (o suggerisce l'idea di esserlo) risulta più attraente.
Di quest'uomo forte un pizzico di arroganza e prepotenza la si tollera, la si considera una prova del suo carattere vincente di "maschio alfa".
Questo aspetto è innegabilmente presente in natura in molte specie di mammiferi, cosiddetti "animali di branco" come è  appunto la specie umana. Con le realtà biologiche bisogna sempre fare i conti: negarle di solito  non è utile.
Per alzata di mano: a chi di voi piace l'uomo mingherlino, umidiccio, timido  e riservato ed a chi invece quello alto, prestante cordiale e sicuro di sé? Comprendo, certo: vi sono molte sfumature ... appunto.

Sulla natura poi si costruisce una cultura, ma le cosiddette sovrastrutture culturali in realtà raramente rispettano il messaggio della natura: in altre parole un uomo che abbia maturità e forza di carattere, un uomo che sia realmente vincente, state tranquille che non ha bisogno di sopraffare e/o maltrattare la sua donna per sentirsi qualcuno ... chiaro? Se sta accadendo questo, non abbiate dubbi: avete commesso un errore di valutazione ed avete scelto un perdente.
Quale donna dunque sceglie il perdente e perché?
Lo sceglie perché vuole salvarlo? Perché non conosce altro ed è andata così anche nella sua famiglia? Perché non ha alcuna stima di se stessa? Deve rimediare al fallimento di qualcun altro? Deve riuscire a dare qualcosa in più per essere accettata?
Gli unici denominatori comuni delle diverse situazioni che inducono una donna ad intrappolarsi in un rapporto impossibile sono alla resa dei conti una bassa stima di sé e quindi ben poca indipendenza (non ce la farebbe da sola: conserva il legame ad ogni costo) ed un intenso vissuto di colpevolizzazione che di solito si genera nelle situazioni che comportano disagio e dolore: è difficile non sentirsi colpevoli di qualcosa quando si è vissuti immersi nella sofferenza.
Il malessere può essere convertito in rabbia ed agito all'esterno o in colpa ed agito all'interno:
mica c'è poi tanta scelta ...
La terza strada ci sarebbe: elaborare, ampliare gli orizzonti mentali ed approfondire il livello di autoconsapevolezza.
Non è detto che ci si debba riuscire da soli ... né che debba costare il tempo di una vita!

Commenti

  1. Clara,
    secondo me è proprio tutto ciò che asserisci, le donne hanno intrinseco dentro di sè lo strano desiderio di mettere a posto le vite degli altri, prima ancora - forse - di aggiustare la propria! Inoltre se hanno un vissuto relazionale di un certo tipo, lo cercheranno e si sentiranno a proprio agio con uomini che rifanno vivere sensazioni che sembrano appaganti e invece, come ben sottolinei tu, sono sbagliate! Bellissimo post, mi è piaciuto molto :D A presto,

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  2. In genere si tende a riprodurre i modelli di relazione di cui si ha esperienza, perché sono gli unici che si conoscono purtroppo ... grazie dell'apprezzamento! A presto.

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