Recensione di "La rosa e l'ortica" di Alessandra Carnevali



Si tratta del classico romanzo poliziesco. Mistero di omicidi a catena in un pesino tranquillo immerso in un incantevole paesaggio naturale. Uno stile vivace,  fluido e capace di avvincere il lettore grazie anche ad una sapiente dosatura di ingredienti diversi, quali da un lato la inevitabile suspense nella ricerca del colpevole, con relativi colpi di scena a ripetizione e dall’altro il tratteggio sorridente ed ironico dei personaggi che si muovono sulla scena con le loro piccole storie, vizi, abitudini, frustrazioni e rivalse. Non manca un piccolo lieto fine, potremmo dire “secondario”, ma di una tenera dolcezza.
Il romanzo si apre con uno spaccato descrittivo di una classe di scuola media: l’attenzione è centrata sull’obesa secchiona, Adalgisa, la prima della classe, ma vengono anche delineate alcune altre tipologie di allievi e di rapporti presenti all’interno della scuola.
La protagonista è destinata a diventare commissario di polizia e, dopo questa veloce  presentazione  di ciò che è stata la sua ingrata adolescenza, ci viene riproposta in un momento per così dire di riposo della sua vita professionale, quando cioè, dopo aver combattuto la malavita nelle metropoli, chiede ed ottiene un comando di servizio al suo paese di origine per un anno soltanto: il tempo di rimettersi in sesto ed allontanarsi da ambienti divenuti per lei troppo minacciosi.
 È proprio nel paesino natio che affronta magistralmente, da perfetta prima della classe, il caso degli omicidi plurimi, che, manco a dirlo, sembra aspettassero proprio lei in un luogo rimasto tranquillo da tempo immemorabile. Gli omicidi, tuttavia, non sono l’unica cosa che l’aspetta: sotto il fisico goffo e sgraziato di Adalgisa in fondo pulsa il cuore sensibile di una donna … forse di una fanciulla.

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