Le dipendenze, parte terza: le porte d'uscita

                                                                                                                         18/04/2013

Come promesso nei precedenti paragrafi dedicati all'argomento (per chi avesse avuto la ventura di leggerli) oggi, sempre senza prenderci troppo sul serio, ma restando come nostra consolidata abitudine, un pò sopra le righe, cercheremo di comprendere se esistono porte d'uscita dalle forme di dipendenza "patologica", quali possono eventualmente essere queste porte e quali sono i percorsi attivabili utili a raggiungerle.

Intanto può avere un senso precisare che le dipendenze, ancorché riconosciute patologiche, sono un disturbo col quale si può convivere più o meno a lungo ed anche per tutta la durata della vita: ciò dipende in sostanza dal potenziale di distruttività che esse contengono,  dalle limitazioni alla libertà personale e dalle alterazioni nell'adattamento e nella integrazione sociale che esse comportano  per la persona che ne soffre.
Da questo punto di vista vale per  le dipendenze ciò che è vero per molti altri disturbi di tipo neurotico o strutturale. Con questo ci riferiamo alla intensità e gravità del disturbo: in genere la condizione di dipendenza implica la riduzione di altri interessi ed attività lavorative e sociali, in quanto finisce per impegnare quotidianamente gran parte del tempo della persona interessata.

Come dicevo, la condizione può protrarsi per la durata della vita ed in tal caso di solito corrisponde ad una aspettativa di vita ridotta, se stiamo parlando di farmaci o sostanze comunque tossiche: detto crudamente la morte è una delle porte di uscita peraltro non infrequente laddove il disturbo abbia prodotto danni gravi alla salute psicofisica.
Rimanere vivi è possibile laddove sussistano altri interessi ed "investimenti" emozionali che necessitano materialmente di spazio per essere espressi ed agiti: se una persona possiede e/o ha conservato il desiderio ed il bisogno di fare od occuparsi di qualcosa d'altro, avrà necessità di ritagliarsi i tempi e gli spazi necessari da dedicare agli interessi ed alle attività verso cui si sente realmente motivato, dovendo giocoforza sottrarli ai tempi e spazi dedicati alle abitudini di dipendenza.
Giusto per dare un esempio: è più facile che una persona perda l'abitudine al tabacco se è coinvolta in una attività sportiva che gli piace e desidera svolgere, piuttosto che sentendosi ripetere da tutti: "non fumare".
Volendo ulteriormente semplificare ed esplicitare si tratta di utilizzare un canale più primitivo di tipo analogico, come spesso è utile fare con i bimbi piccoli: se gli diciamo: "non fare rumore" il bambino percepisce il messaggio nel senso di una attenzione mirata sul rumore, il "non" diviene secondario ed inoltre possono scattare meccanismi oppositivi ... per esigenze di autoaffermazione (insomma il "non fare" è "digitale") se io dico invece costruiamo una torre (si fa senza rumore) il piccolo porta l'attenzione sul nuovo gioco, lo troverà probabilmente gratificante (gli do attenzione in quel gioco) e smetterà di fare rumore ("facciamo qualcosa d'altro" è "analogico").
Detto in termini banali: amare la vita è la seconda porta di uscita.
In sostanza  è il sistema che ha maggiori probabilità di successo, il che è facile a dirsi, ma non facile riuscire veramente a sbloccare gli investimenti affettivi ... ma non si può dire tutto qui ed ora ...

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