La materialità del silenzio ed il muro del vuoto

"Silenzio!" urla la maestra allo scolaro indisciplinato, ma in realtà intende dire: "Taci!" certo perché il silenzio in se stesso è assenza di suono in generale, non solo assenza di parole. Oggi però voglio riferirmi proprio a questa accezione più comune ed a rigore impropria, ovvero parlare del silenzio come tacere delle voci e delle parole.
Considerando la cosa in questa particolare prospettiva, per comprendere il silenzio ed i suoi significati dovremo prima comprendere cosa effettivamente sono e rappresentano le parole.

Le parole non sono rappresentazioni astratte, ma oggetti dotati di una propria materialità.
Per essere precisi viene denominato significato il concetto che la parola vuole richiamare e significante il simbolo, la parola utilizzata per rappresentare quel significato.
Troppo spesso siamo portati ad identificare la parola col concetto rappresentato e quindi a considerare la parola alla stregua di una idea astratta: assolutamente non è così!
La parola è un oggetto dotato di una propria materialità: definisco in questo punto come materia qualsiasi cosa abbia la capacità di essere percepita da uno o più dei nostri sensi.
La buona maestra ci spiegherebbe che i sensi sono: l'udito, la vista, l'olfatto, il gusto ed il tatto.
La maggior parte delle persone considerano materia ciò che è sensibile solo al tatto, ovvero più propriamente corporeo, in realtà è materia anche tutto ciò che è percepibile da ciascuno degli altri sensi.
L'onda sonora (ciò che possiamo udire) è fatta di materia e corrisponde ad una particolare vibrazione delle particelle dell'aria o di altri materiali: il suono (a differenza della luce che contiene di per sé particelle, i fotoni) non contiene in sé materia (ed infatti, sempre a differenza della luce, non si propaga nel vuoto) ma solo rappresenta un particolare movimento ondulatorio della materia in cui siamo immersi.
Dunque è materia ciò che possiamo udire, anche se non ci è possibile vederlo o toccarlo, così come è materia la luce che possiamo vedere anche se non possiamo udirla o toccarla.
Ora io vorrei tranquillizzarvi: non intendo svolgere una lezione di fisica elementare, ma solo avvallare la semplice asserzione (che contiene implicazioni filosofiche e psicologiche a mio avviso rilevanti) che la parola in sé, il significante, è un oggetto concreto e materiale.
A cosa serve una tale affermazione, a dir poco lapalissiana?
Bene: talvolta le evidenze più palesi, per un nostro meccanismo mentale portato a convogliare l'attenzione sul movimento ed il contrasto, finiscono per sfuggirci (la storia del puntino nero che viene notato laddove il grande foglio bianco viene ignorato e considerato irrilevante).
Si intende che questi meccanismi di cosiddetta selezione degli stimoli, che di solito utilizziamo, sono importanti rispetto alla nostra economia mentale e ci consentono di organizzare in modo efficiente il nostro pensiero senza andare in confusione, ma nell'ottica di estendere i nostri spazi di consapevolezza e con essi la nostra capacità di comprensione, è opportuno anche spostare in alcuni casi il fuoco della nostra attenzione su aspetti di solito automaticamente selezionati come irrilevanti.
D'altro canto, e ve lo dico una volta sola, voi non avrete mai la minima possibilità di comprendere alcun aspetto del linguaggio  schizofrenico, né di quello artistico (tanto per fare un paio di esempi) se non avete ben presente alla vostra consapevolezza il fatto che la parola è un oggetto concreto.
Sono oggetti concreti la parola udita ed anche la parola scritta, percepibile visivamente.
Normalmente i nostri sensi sono tra loro ben collegati ed integrati, sicché è possibile nella nostra percezione interna anche essere "toccati" dalle parole, che non a caso si dicono "toccanti" quando riescono a suscitare emozioni intense, per un meccanismo analogo a quello che ci consente di figurarci visivamente un oggetto tastato e palpato ad occhi chiusi.
Il "tocco" della materialità verbale naturalmente può somigliare (e di fatto somiglia) ad una carezza, uno schiaffo, un abbraccio o anche una lapidazione (il che spiega i suicidi dei ragazzini messi alla berlina in rete).

Premesso questo, vado ora a parlare della materialità del silenzio.
Voi mi direte: il silenzio non colpisce alcuno dei nostri sensi ed è mera assenza di stimoli, dunque se la parola è materia il silenzio sarà assenza di materia ....
Beh, sapete che di solito mi diverto a darvi ragione e mi spiace contraddirvi, ma in questo caso devo!
Come si diceva poc'anzi, noi viviamo immersi nella materia, anche perché senz'aria saremmo  belli e morti in pochi minuti (di asfissia s'intende) e di conseguenza un silenzio completo ed assoluto esiste solo nella nostra immaginazione, ma non nella realtà: ciò che noi chiamiamo silenzio e che spesso ascoltiamo anche (n.b.: ascoltare il silenzio è una locuzione banale ed universalmente diffusa)  altro non è che una pausa, facente parte integrante nella modulazione dei suoni, dei ritmi e delle parole, tant'è vero che il silenzio contiene spessissimo significati perfino ben più pregnanti delle  parole stesse.
Tali significati  hanno la caratteristica di variare in funzione del contesto di realtà o  di relazione, ma anche in rapporto allo stato d'animo di coloro che producono e ricevono il silenzio .... un pò come le parole in fondo, ma il silenzio evoca una modalità comunicativa di tipo più globale, sincretica e primitiva, se vogliamo in quanto si viene a trovare a mezza strada tra ciò che è comunicazione verbale (limitatamente a ciò che attiene i suoi aspetti contenutistici) e ciò che invece è agito diretto.
Da questo punto di vista (in quanto accostabile ad un agito) il silenzio può contenere uno spessore di concretezza superiore a quello della parola.

La parola nasce come linguaggio parlato appunto e pertanto udibile: la scrittura viene molto più tardi nella storia dello sviluppo della civiltà, ma il suono, l'onda sonora non può propagarsi nel vuoto, dove non vi sono particelle di materia capaci di vibrare in risonanza: quello è il muro del vuoto e va molto oltre il silenzio per come noi lo concepiamo, né potremmo mai immaginarlo, visto che la vita nel vuoto non esiste ...


Commenti

  1. Ciao Clara,
    ho letto tutto ma ammetto di essermi perduto pensando al rumore che pervade la mia esistenza e la sua sublime assenza in alcune ore della notte o fugaci istanti del giorno.
    Grazie, per l'invito che ho accettato anche se come avrai notato dopo aver aperto il nuovo blog di tempo da dedicare a commentare i vostri me ne è rimasto poco. _/\_

    RispondiElimina
  2. Ciao! Lasciami un link del tuo nuovo blog! Così verrò a visitarlo: la scrittura è un mezzo di comunicazione e va usata come tale.
    Per avere qualcosa da dire bisogna essere anche in grado di ricevere stimoli ed arricchirsi: si comunica sempre calibrando i contenuti in rapporto al supposto o previsto pubblico. Insomma gli scambi di idee e commenti sono utili.
    Spero il mio post ti sia piaciuto: è sul semiserio, non ho scritto sciocchezze, ma le ho condite con un pizzico di ironica leggerezza.
    Interamente seria e seriosa mi è difficile essere ...
    Grazie a te. Ciao!

    RispondiElimina

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