Quale è il significato "culturale" delle mutilazioni genitali femminili?

L'OMS definisce le mutilazioni genitali femminili, come  interventi mirati a modificare o alterare l'aspetto dei tessuti senza una  motivazione o necessità di carattere medico.
I dati raccolti riguardano gli studi relativi alla prevalenza ed alla distribuzione del fenomeno, nonché alle pratiche preventive e curative per le fanciulle e le donne che ne sono state coinvolte.

In generale se ne riconosce il radicamento nel costume ed il valore anche religioso tradizionalmente attribuito a questa pratica presso alcune etnie, ma sembra che a tali aspetti per così dire "culturali", non non si voglia dedicare un particolare  approfondimento. Questo  è  comprensibile, dato che in una prospettiva di prevenzione, la cosa più utile da farsi è il dissuadere le persone ed i genitori in particolare dal sottoporre le proprie figlie ad interventi che, statistiche alla mano, rischiano di comprometterne seriamente la salute, attuale ed a lungo termine.
Tuttavia proprio nell'ambito di un progetto preventivo ha senso anche comprendere a fondo alcune simbologie religiose o meno, collegate alle pratiche di mutilazione, per tentare di smantellarne gli aspetti rituali, che, in quanto tali, tendono a perdurare come dogmi e necessità ineliminabili,  tali da connotare l'appartenenza etnica e religiosa della donna, come se rinunciarvi potesse corrispondere ad una sorta di abiura:  un rinnegare le proprie origini, vale a dire una condotta ancora oggi non accettabile nella mentalità e nel costume di determinati popoli e culture.
Secondo l'OMS esistono tra i 100 ed i 140 milioni di donne viventi in tutto il mondo che hanno subito qualche pratica di mutilazione genitale ed ogni anno 3 milioni di bambine africane sono a rischio di subirla. I paesi con la più elevata percentuale del fenomeno, tra le donne in età 15-49 anni , secondo le rilevazioni statistiche effettuate nel corso di diversi anni tra il 2000 ed il 2008, attraverso interviste dirette alla popolazione, come riportato nella tabella dell'OMS,  sono: l'Egitto (91,1%) la Guinea (95,6%) la Somalia (97,9%) il Sudan (90%) e lo Gibuti (93,1%) .
La tipologia della mutilazione varia secondo la località e l'etnia e la classificazione che ne viene fatta è fondata sulla estensione e gravità del danno al tessuto genitale:

  1. il tipo I comporta l'asportazione della clitoride (tipo Ib) o anche del solo prepuzio della clitoride (tipo Ia). La rimozione del solo prepuzio sembra una pratica assimilabile alla circoncisione maschile (asportazione del prepuzio, appunto o di parte di esso per motivi religiosi ed igienici) ma nel caso della donna la pratica viene compiuta col chiaro intento di privarla del piacere durante l'atto sessuale in modo da garantirne purezza e fedeltà. 
  2. Il tipo II prevede la rimozione  delle piccole labbra (tipo IIa) eventualmente accompagnata  anche da asportazione della clitoride (tipo IIb) e da escissione delle grandi labbra (tipo IIc)
  3. Il tipo III corrisponde alla cosiddetta infibulazione che richiede l'escissione e la sutura o delle piccole labbra (tipo IIIa) o delle grandi labbra (tipo IIIb). In questi casi la vagina viene chiusa quasi completamente lasciando solo un piccolo canale per consentire la fuoriuscita dell'urina dall'orifizio uretrale e del mestruo dalla residua apertura vaginale . Questa pratica, ovvero il sigillo della vagina dovrebbe garantire l'illibatezza fino al matrimonio: si presume che la paura del dolore da affrontare alla  apertura del canale vaginale durante i primi atti sessuali ed il timore di poter essere scoperte, per l'evidente traccia che ne conseguirebbe, dovrebbero funzionare da deterrenti, così da distogliere e dissuadere le giovani dall'avere  rapporti sessuali. Così come l'asportazione della clitoride priva le donne del piacere, l'infibulazione infligge loro dolore con la medesima finalità di garantire al maschio l'illibatezza della fanciulla da sposare.
  4. Il tipo IV contempla tutte le altre pratiche sui genitali femminili, privi di finalità terapeutica, non precedentemente descritti.
In generale quindi per le donne si tratta di pratiche svolte in funzione dell'uomo e del matrimonio. Gli interventi effettuati al di fuori dell'ambiente medico possono comportare rischi gravi sia nell'immediato per emorragie ed infezioni ad esito anche fatale, che a medio e lungo termine, essendo dimostrato in diversi studi che possono essere causa di cisti, infezioni, sterilità, complicazioni del parto ed aumentata mortalità perinatale. Le bambine e le fanciulle di solito subiscono il trattamento tra l'infanzia e la prima adolescenza: le persone che effettuano gli interventi sono donne più o meno qualificate e coloro che conducono le bambine alla tortura sono le loro madri ed i loro padri i quali a loro volta subiscono la pressione di un clima culturale (marcatamente sessista) per il quale non sottoporre ad intervento mutilante le figlie equivale al negare loro la possibilità di un futuro matrimonio.

Tutte le pratiche indicate sono accomunate dalla esigenza di alterare, nascondere ed eliminare nella misura possibile i genitali esterni femminili, in alcune culture infatti essi sono considerati brutti e sporchi, pertanto vergognosi: le amputazioni materializzano quindi la concezione per la quale la femminilità sia da considerarsi una vergogna ed una bruttura da punire ed espiare.
Inutile aggiungere in merito considerazioni relative a quelli che possono essere i vissuti di una bambina riguardo al proprio corpo ed alla propria identità di genere o alla capacità di viversi poi serenamente la propria sessualità avendo subito precocemente una esperienza di tale violenza oltretutto inflitta come cosa necessaria (legata alla colpa di essere donna, ndr) con la complicità dei familiari ovvero delle persone di cui maggiormente ci si fida e da cui si dipende ....

Commenti

  1. Clara, mi corre l'obbligo di essere polemico, in questo caso, e rivolgere alla tua attenzione la frase: "pratiche svolte in funzione dell'uomo e del matrimonio".
    Molte volte sento (o leggo) espressioni di protesta dal movimento cosiddetto "femminismo", rivolte contro l'uomo, come se tutta la colpa delle storture dell'umanità fosse di quest'ultimo. Io personalmente non ne sono affatto convinto, anzi, il più delle volte è proprio la donna, in famiglia, che più segue "certe tradizioni". Uguale, è sempre la donna, specialmente in veste di "suocera", a pretendere "il meglio" per il figlio maschio. Insomma, tu non lo hai scritto, per carità, però è come se ci fosse nell'aria una certa intenzione a voler colpevolizzare l'uomo... lo sento... Ad ogni modo, ottimo articolo!! (non è una lisciata) :-)

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  2. Grazie per l'apprezzamento Jennaro: credo di avere specificato che di solito sono donne a compiere questo "intervento" e non le suocere, ma le madri delle ragazze le conducono al tormento. Non metto l'uomo sul banco degli imputati, ma la cultura sessista e maschilista che lo privilegia. Da noi fino ai tempi di mia nonna esisteva la pratica di bucare le orecchie alle neonate e tuttora sussiste nel popolo l'espressione dispregiativa "vongola fradicia" per riferirsi al genitale femminile .... si tratta di una cultura alla quale non siamo del tutto estranei anche se fortunatamente non materializzata nella tortura fisica.
    Non ce l'ho con gli uomini, tranquillo ^_^ vi amo (platonicamente parlando, eh!) tutti (o quasi) ;-))

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  3. Pratiche veramente orribili che degradano la donna ad essere un mero oggetto e a autopunire la propria sessualità.
    Estremamente interessante, grazie amica mia!

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  4. Grazie a te Nella! Si non c'è molto da aggiungere purtroppo: ma credo che parlarne anche a costo di essere ripetitivi, sia utile perché, malgrado tutto la "tradizione" continua ad essere ben radicata in alcune zone :-(

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