Uguali, simili e diversi: quando l'integrazione è un percorso di crescita

Sono sincera: sono sempre stata affascinata dai gabbiani bianchi e liberi di librarsi nell'aria.
Io sono capace a camminare, correre e saltare, ma posso volare solo con la mente: l'euforia e la sensazione di freschezza che può dare l'aria che scorre nel cavo delle ascelle, i mulinelli di vento che si avvoltolano tra le dita dei piedi e la nebbia umida che t'avvolge entrando con la pelle nuda nel batuffolo di una nube sono solo cose che posso fantasticare, provare ad occhi chiusi a mandare a ritroso dalla mente ai sensi, ma difficili davvero anche solo da immaginare, perché me ne manca l'esperienza.
Io non so volare e probabilmente avrei paura anche a paracadutarmi, ma capisco chi ne ha la passione: si vede che non sono l'unica tra gli umani che ammira il volo degli uccelli!

Nella specie umana non saper volare non fa nulla, ma c'è anche chi non sa camminare: magari tra milioni di anni se gli uomini esisteranno ancora sulla terra avranno tutti le gambe atrofizzate ed a forma di seggiola, ormai capaci di interagire e comunicare solo attraverso i monitor e forniti di macchine ed apparecchi per la locomozione ... o forse no. Difficile anche immaginare l'evoluzione della specie tra milioni di anni in effetti.


Fatto sta che per il momento chi  non sa e non può camminare è un disabile, anzi diversamente abile insomma ha un minus, gli manca una funzione che la maggior parte delle altre persone posseggono.
Il fatto è questo: nessuno è uguale ad un altro, né  vorrebbe essere identico a qualcun altro, ciascuno di noi ci tiene troppo alla propria specificità e per lo più siamo individualisti, se non francamente narcisisti, perciò a tutti piace distinguersi ed essere diversi, ma non quel tipo di diverso. 
Amiamo essere diversi con qualcosa in più, non diversi con qualcosa in meno e però, malgrado difficilmente la nostra diversità personale  rappresenti grossi dislivelli, è pur vero che nell'essere ciascuno differente dall'altro ci troviamo sempre un'oncia in più o in meno di un qualcosa, pur nell'ambito di quella che viene definita normalità.

Può essere la statura, la bellezza, l'intelligenza, la sensibilità, qualche talento speciale oppure i colori impressi nel nostro patrimonio genetico, ma se io dico che una persona è normale, non ho detto proprio nulla e di fatto non la conosco.
I normali sono contraddittori: benché tentino in tutti i modi di assomigliarsi attraverso gli strumenti del conformismo e delle mode, restano ognuno diverso dall'altro ed al tempo stesso vogliono emergere.
Ci vestiamo allo stesso modo e ci sforziamo di pensare e credere alle stesse cose per rassicurare le nostre solitudini, ma l'unico modo di realizzare la propria esigenza di diversità senza affrontare la propria solitudine umana è appunto emergere all'interno di un gruppo di consenso. 
Per lo più per riuscire in questo spesso tocca invece tradirla la propria diversità ed adattarsi ad essere ciò che gli altri desiderano ammirare o considerano degno della loro tributo e non è detto che sia proprio veramente quello che uno vorrebbe essere, ma non c'è dubbio che almeno in parte ciascuno la propria diversità la sceglie: questo è il punto. 

In ogni scelta incontriamo dei limiti che sono quelli delle alternative praticabili ed esistenti nel reale: nessuno nella nostra specie può scegliere di volare, questo è un limite. 
Le persone che vivono con una disabilità hanno un limite in più, minori possibilità di scelta, come minori possibilità di scelta hanno le persone che vivono condizioni di emarginazione sociale.
Tutto questo è una ovvietà naturalmente, ma si capisce che per alcuni scegliere la propria diversità richieda un impegno ed una fantasia maggiore che per altri.
Del resto se tutti i normali sono differenti, ancor più lo sono i cosiddetti diversi tra loro: un bisticcio di parole certo, ma non ci sono due diversi uguali e ciascuno ha i suoi bisogni, le sue rabbie e cerca la propria strada.

La difficoltà maggiore spesso,  prima ancora della integrazione sociale, è l'integrazione interna: accettare le parti danneggiate di sé senza rabbia o comunque elaborare la rabbia fino alla accettazione.
Io non potrei giocare in una squadra di pallacanestro, ma è pur vero che non ci devo vivere con una squadra di pallacanestro dove la capacità di infilare il pallone nella rete sia una caratteristica che conferisce prestigio: se fossi obbligata a viverci immagino mi sarebbe più difficile accettare la mia statura ...

In molti casi un ordinario buon senso può essere di grande aiuto, ma, a parte questo, è pur vero che la gente tende alla diffidenza verso le cose nuove o poco conosciute, per questo essere abituati ad interagire e convivere con le persone che esprimono varie forme di diversità rende più semplice e disinvolta la relazione che ognuno riesce a stabilire ed è sempre una esperienza ed una conoscenza che arricchisce.
Non tutto si può condividere ... naturalmente questo bisogna saperlo.

Commenti

  1. Si raggiunge l'accettazione di se stessi con la consapevolezza di essere, in ogni caso, unici. Non è la perfezione a renderci "interessanti", ma il "portamento" che diamo al nostro modo di essere. Spero di essere riuscita a rendere l'idea del mio pensiero! :)

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  2. Ciao Licia, si credo che tu abbia reso l'idea: siamo unici infatti ed a volte che cose che ci sembrano di noi stessi riprovevoli o che comunque facciamo fatica ad accettare (e ce n'è per tutti) sono proprio quelle che ci conferiscono la connotazione più speciale, la stessa che ci consente di esprimerci poi proprio nel modo che ci piace! Siamo un impasto del genere prendere o lasciare, difficile scinderne i componenti, ma migliorarsi e crescere partendo da ciò che siamo si può. Buona giornata Licia e grazie della tua lettura :-)

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