Vincent Van Gogh: la magica contaminazione tra arte e follia

Molto si è detto ed ancora si dirà sulla misteriosa relazione che in alcun grandi della storia, soprattutto dell'arte e della scienza, sembra congiungere la genialità ed il talento col seme della follia.
Prima di interrogarci sulla fondatezza di una tale associazione dovremmo sapere cosa realmente è e può rappresentare la malattia mentale, ovvero l'affascinante quanto temuta pazzia.
Un luogo comune  ripetuto da molti con ed anche  senza cognizione di causa alcuna è che noi utilizziamo  in realtà un numero assai limitato delle potenziali risorse della nostra mente e parte del fascino che l'idea di follia esercita coinvolgendo la fantasia di molti, sta proprio nella credenza che la pazzia in fondo disveli almeno in parte questi aspetti misteriosi ed insondabili della mente umana.

Ora io meno di molti altri che mi hanno preceduta in questo tentativo di interpretare l'oscuro vincolo che spesso lega le arti, l'inventiva e le scoperte alla follia, sono in grado di fornire una chiave di lettura o una risposta ai numerosi interrogativi che nascono intorno all'argomento, ma posso solo dire che ciò che talvolta accomuna il genio, il talento artistico ed il folle è una modalità di pensiero, cosiddetto divergente, ovvero non intenzionalmente diretto da una logica ed una rigidità di percorsi mentali, che rappresenta una sorta di magma confuso sul quale nasce e fiorisce un pensiero creativo, che poi è ciò che il genio e l'artista condividono col folle.
In questo desidero porre però l'accento sul fatto che non è la modalità di pensiero divergente in se stesso, capace di produrre arte e creazione, ma esso è solo un tipo di funzionamento capace di fare emergere ciò che di prezioso può essere nascosto nel fondo della mente: non potrà fare emergere ciò che non c'è, quindi non basta certo impazzire per diventare artisti, ma solo chi ne possiede il talento riuscirà ad esprimerlo apppieno se non teme la follia della propria mente. 
Per rendere chiaro a tutti questo concetto, paragono la modalità divergente del pensiero alla confusione ed al disordine che si può produrre in una casa, ad esempio, visitata dai ladri: mettendo tutto in giro riusciranno a tirar fuori da qualche cassetto dimenticato e dagli angoli nascosti anche gli oggetti preziosi a condizione naturalmente che la casa abbia sempre contenuto quegli oggetti preziosi, ancorché nascosti dalla polvere del tempo e dell'oblio, ma se invece la casa non contiene oggetti preziosi, essi non potranno emergere neanche nel disordine ....
Voglio dire che l'artista è un artista, il genio un genio, l'esploratore un esploratore e non sono tali in quanto folli, ma perché ne posseggono già in origine la vocazione ed il talento, tuttavia esprimere e realizzare la parte preziosa  posseduta costa praticamente sempre la disposizione a viversi anche la propria personale follia.
Dico queste cose pensando a quanto fascino ha da sempre esercitato sulla fantasia del pubblico la storia dell'artista tormentato dalla miseria e dalla pazzia e quanta parte l'attrattiva di una personalità del genere abbia giocato nella popolarità di alcuni artisti e non solo dei pittori ma anche musicisti e scrittori: l'ultimo degli esempi dell'epoca contemporanea porta il nome di una poetessa, Alda Merini.
Oggi però voglio parlare di Vincent Van Gogh, un gigante dell'arte figurativa ed indiscutibilmente matto come un cavallo: oggi dopo oltre 161 anni dalla sua nascita, decifrare la sua personalità, comprendere la natura del suo tormento o addirittura appiccicare un'etichetta diagnostica ai suoi disturbi psichici è un'impresa al contempo fin troppo facile, ma anche impossibile, perché qualsiasi ipotesi è del tutto aleatoria e benché apparentemente logica e fondata sugli elementi di conoscenza di cui disponiamo non sarà mai dimostrabile, sicché qualsiasi deduzione finisce per essere un puro esercizio scolastico di logica, press'a poco come lo sono le ipotesi sulle origini del nostro pianeta: qualunque cosa noi vogliamo affermare dell'artista non potrà essere mai inconfutabilmente contraddetta, né inconfutabilmente dimostrata.
Vincent Van Gogh sfugge alla nostra logica da morto, come ne è sfuggito in vita.
Mi limito quindi soltanto a segnalare alcuni degli elementi che mi hanno colpito nella sua biografia e che potrebbero avere avuto rilevanza nel condizionare i suoi vissuti e la sua emotività:

  1. Vincent è figlio di un pastore calvinista e questo mi fa pensare ad un clima di rigidità educativa.
  2. Vincent prende il nome del fratello nato morto, che lo ha preceduto come primogenito, giusto a distanza di un anno, e  questo mi rimanda all'idea inquietante di un piccolo nato col carico di un lutto, privo del diritto ad un proprio spazio affettivo nel grembo materno, ma investito del compito di recare conforto al dolore della madre riuscendo a sostituire una perdita e ad essere qualcun altro, che in realtà invece è morto. Purtroppo l'usanza di imporre al figlio nato dopo  un bambino che si è perso o è mancato precocemente lo stesso nome del fratello defunto è tutt'ora viva nel costume del nostro popolo, benché sia effettivamente carica di presagi angosciosi. La difficoltà con cui Vincent vive il rifiuto delle prime donne di cui si innamora riecheggia l'annichilimento vissuto da sostituto del fratello: lui come funzione del fratello, circostanza che fa riflettere anche sul profondo legame esistito poi con l'altro fratello minore, Theodorus, un vincolo quasi simbiotico, tanto che anche Theo soffre di disturbi mentali e muore appena sei mesi dopo Vincent.
  3. Il disagio emotivo e la scarsa motivazione e fiducia in se stesso sembrano alla base della sua storia di scarso rendimento scolastico e della vicenda di tutta la sua adolescenza.
  4. Il legame quasi morboso che riesce a creare con i diseredati fa pensare a profondi meccanismi di identificazione nati in forza del dolore struggente che internamente accompagna tutta la sua breve vita.
  5. L'autolesionismo già presente nella eccessiva dedizione alla causa dei più poveri e miseri della terra, i minatori ai quali sacrifica il proprio letto ed i propri abiti per usarli come bende che medichino loro le ferite, esprime vissuti di indegnità e di colpa accompagnati dal relativo bisogno di autopunizione. Questo emerge dal suo ustionarsi la mano dopo il secondo rifiuto da parte di una donna che amava, dal suo amputarsi parte dell'orecchio dopo la violenta lite con Gauguin e dal suo stesso chiedere al fratello Theo di essere internato.
L'8 maggio 1889 Vincent  Van Gogh viene internato per sua stessa richiesta nell'ospedale psichiatrico "La Maison De Santé" vicino alla cittadina di Arles: la diagnosi del direttore della clinica è di Epilessia.
Nelle epoche successive 150 psichiatri hanno cercato di classificare i suoi disturbi esprimendo ben 30 diverse diagnosi (fonte: Wikipedia): in realtà è probabile che Vincent abusasse di alcolici, ma è difficile presumere che questo fosse la causa piuttosto che la conseguenza dei suoi disturbi, è pur vero che egli stesso descrive i propri accessi come qualcosa di estraneo a sé, inducendo alcuni a ritenere potesse  trattarsi di crisi epilettiche parziali, benché sia impossibile immaginare che uno stato di male epilettico possa durare un paio di mesi come è accaduto a Vincent nell'ultimo periodo del suo internato in clinica ...
L'artista ha vissuto fino in fondo una vita breve ed infelice, ma solo  la sua arte ha espresso  la sua ribellione violenta e ne ha al contempo rappresentato il riscatto in un'opera consegnata per sempre alla storia.


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