Il mito di Medea. Madri che uccidono i figli

Esiste uno stereotipo culturale, secondo il quale la maternità è la più ineffabile delle gioie ed inoltre fanciullezza e giovinezza sono età felici e spensierate.
Le cose stanno così in realtà soprattutto nei ricordi e nelle idealizzazioni che ciascuno di noi riesce a farne in età diverse della propria vita, ma naturalmente se lo chiedete agli adolescenti o ai giovani di oggi, spiace anche dirlo, ma troverete ben pochi ragazzi che non siano preoccupati, in ansia per il proprio futuro, arrabbiati con i familiari e/o l'intera società e se d'altro canto vi capitasse di chiacchierare con una giovane madre in una situazione in cui ella non tema di essere giudicata e non si senta pertanto in dovere di mettere in primo piano il proprio amore (dato per naturale e scontato: guai non provarne!) per dimostrare la propria dignità di persona, di donna e di madre e rendersi insomma socialmente accettabile, allora vi accorgereste che la maternità al pari dell'adolescenza, ma anzi a suo modo ancora più profondamente e definitivamente costituisce un'età di passaggio, di ridefinizione della identità e pertanto di crisi profonda, tale da comportare ansie, incertezze, apprensioni ed in alcuni casi, il precipitare di equilibri emozionali già precari in partenza.

Il mito di Medea basta a comprendere che l'efferatezza di una madre capace di uccidere i propri figli non era affatto ignota nelle civiltà antiche ed al giorno d'oggi sappiamo che non sono affatto infrequenti gli infanticidi e gli omicidi-suicidi, quali gesti estremi a fronte di una sofferenza ed una confusione mentale che può sconvolgere la mente di una madre.

Secondo Natalie Shainess, autrice di  diverse pubblicazioni sul disagio psichico correlato alla maternità, un aspetto cruciale della crisi identitaria che viene vissuta nel corso dell'esperienza di maternità è rappresentata dalla indissolubilità del legame insito nella relazione madre-figlio: la donna che affronta i cambiamenti fisici e la tempesta ormonale che accompagnano la gravidanza sta vivendo una esperienza di cambiamento totale che coinvolge gli aspetti somatici, psichici, affettivi e sociali della propria persona e questo cambiamento è irreversibile.

Diversamente da quanto accade ad un adolescente che ha la possibilità di riferirsi ai diversi modelli sociali e familiari nel percorso di definizione di una propria identità ed immagine personale, la donna che diviene madre, non ha altra scelta che essere madre del suo bambino, categoria universale rispetto alla quale i modelli sociali, religiosi e familiari tendono a riformulare lo stesso modello di abnegazione.
Diversamente dall'adolescente che transita da una posizione di dipendenza ad una di indipendenza personale, aprendo nuovi spazi e prospettive alla propria vita, la madre passa invece da una posizione di indipendenza di persona (nel migliore dei casi) adulta a quella di dipendenza di madre, che in quanto tale resta vincolata al compito di accudimento della prole e pertanto non vede aprirsi, ma chiudersi gli spazi ed i tempi della propria vita, destinati, specie durante la prima infanzia del bambino a rimanere ancorati ai ritmi di vita ed ai bisogni del piccolo.
A questo si aggiunge nella nostra ed altre culture, una concezione per la quale le madri devono occuparsi dei propri figli ben al di là dei tempi strettamente pertinenti al ciclo naturale, mediamente una trentina d'anni, se tutto va bene. Gli uomini infatti si occupano molto meno della prole e di norma non rinunciano alla propria vita sociale e professionale senza per questo essere passibili di alcuna disapprovazione o condanna: nessuno si aspetta che lo facciano, infatti.

Questa non è blasfemia, ma pura realtà, che piaccia o meno: la indissolubilità del legame può effettivamente tramutare i sentimenti in odio.
In termini fisici e biologici, di istinto animale, la solidarietà e la protezione reciproca presente in qualsivoglia gruppo sociale, può tramutarsi in competizione, odio e comportamenti aggressivi e/o distruttivi quando lo spazio vitale del gruppo sia ridotto e non esistano risorse sufficienti per la sopravvivenza di tutti: in alcune specie animali, se le risorse alimentari disponibili non sono adeguate le madri uccidono o lasciano morire di fame tutti o i meno robusti dei propri piccoli per consentire agli altri di crescere e/o a se stesse di sopravvivere.
Se in una gabbietta vengono chiusi più topini di quanti la gabbia possa contenerne, state tranquilli che cominceranno ad uccidersi tra loro fino a ridursi ad un numero consono allo spazio fisico disponibile.
L'indissolubilità del legame comporta che lo spazio vitale e psichico dell'individuo-madre dovrebbe essere abbastanza ampio da poter contenere tutti garantendo risorse materiali ed affettive sufficienti al benessere degli individui coinvolti.

A vederla dal punto di vista del bambino, la madre rappresenta la prima interfaccia col mondo esterno: ella è tutto l'universo che lui conosce inizialmente ed in questo caso dobbiamo rilevare che la primitiva intuizione dell'infante contiene fondamenti di realtà molto più solidi di quelli impliciti nel giudizio di altre persone adulte e dotate di ben altre capacità critiche.
La verità dell'intuizione dell'infante sta infatti nella realtà rappresentata dal fatto che lo spazio vitale di cui dispone una madre nell'affrontare il passaggio alla maternità ed il quotidiano vissuto in questa esperienza non dipendono interamente dalla madre: in effetti la madre funziona veramente da interfaccia del mondo.
Molto dipende dal contesto culturale, umano ed affettivo sperimentato dalla donna in una fase così delicata e precaria della propria esistenza, molto dipende dalla relazione col partner, dai vissuti relativi alla sessualità, dalla libertà e consapevolezza con cui ha scelto o subito la maternità ed infine molto dipende dalla storia personale, dalle esperienze e dai modelli conosciuti.

Rimane il fatto che in un legame così profondo e vincolante ciò che non è amore è rabbia, colpa, paura, ansia e quando una madre si scompensa può uccidere o  uccidersi con i propri figli.
I disturbi strettamente correlati alla maternità insorgono in gravidanza e poco dopo il parto, se vogliamo riferirci puramente alle depressioni e psicosi puerperali, ma molti altri disagi possono essere vissuti nel corso di tutta l'esperienza di una madre.
Aspetti della nostra cultura sicuramente deleteri per la buona salute psichica ed il sano equilibrio emozionale nell'ambito della relazione diadica madre-figlio sono rappresentati da tutte le ideologie coercitive che pretendono di impadronirsi e gestire la fecondità femminile escludendo la donna da una scelta destinata a rivoluzionare completamente la sua (e solo la sua) vita ed inoltre dal costume per il quale tutto il carico del lavoro di cura, tutta la responsabilità educativa ed affettiva rispetto ai minori ricade costantemente ed esclusivamente sulle madri, spesso non supportate, ma piuttosto solo giudicate perfino nell'ambito del proprio ristretto gruppo sociale di appartenenza, con conseguente approfondirsi delle insicurezze, del senso di inadeguatezza e di colpa presenti soprattutto quando poi nascano difficoltà o disturbi nel bambino.

Non tutte ce la fanno: quando è un padre a non farcela a reggere il carico di responsabilità ed i conflitti affettivi, di solito si limita a lasciare la famiglia, ma se è la tenuta della madre ad incrinarsi, le conseguenze possono essere più gravi e complesse, specie se la donna si sente o effettivamente è del tutto sola a gestire i propri conflitti ed il proprio disagio.

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