Sperare e disperare: come avviene?

Disperato nell'accezione originaria del termine, è colui/colei che ha perso o magari non ha mai nutrito una speranza. Disperare deriva dal latino desperare, che è un verbo composto: de-sperare, la preposizione de in latino indica moto da luogo e quindi anche allontanamento ed in questo caso va interpretato in quest'ultimo senso, invece lo sperare latino (la lingua spagnola ha conservato fedeltà a questo significato) corrisponde all'italiano aspettare.
In lingua italiana sperare indica non soltanto un'attesa, ma specificamente un'aspettativa positiva per un evento o obiettivo desiderato, una speranza appunto.
La speranza include quindi nel suo significato l'attesa ed il desiderio: una specie di sintesi tra  due situazioni, la prima oggettiva, rappresentata dalla posizione d'attesa e la seconda soggettiva vissuta nella interiorità come desiderio.

In breve si tratta di una aspettativa positiva: se io spero, mi aspetto che accada o che io riesca a fare qualcosa di buono o comunque di soddisfacente per me.
Per sua stessa definizione dunque, il prerequisito della speranza è la fiducia: se mi aspetto qualcosa di buono, questo indica che io credo che esista qualcosa di buono dentro me stesso, nelle altre persone e/o nel mondo. Nei casi in cui la fiducia nella umanità dovesse essere profondamente minata da un percorso esperenziale profondamente deludente in tal senso (cosa che capita almeno al 90% della gente) è sempre possibile sostituire la fiducia nell'umanità e nella natura con la fede in Dio, sintesi  personificata di tutti gli ideali positivi umani (amore, giustizia, libertà, bontà e così via).

L'ideale, come il divino, trascende la realtà, ma anche coloro che preferiscono la fede alla fiducia per affidare al divino la propria speranza, in realtà lo fanno perchè, quali che siano state le proprie delusioni nella vita sociale ed affettiva, non possono rinunciare a credere che comunque alla fine qualcosa di buono debba esserci. Fatto sta che difficilmente la mente umana può rappresentarsi qualcosa di cui non abbia esperienza (voi potreste immaginare l'esistenza di un colore che non avete mai visto?) e di conseguenza chi, laico o religioso che sia, nutra con fiducia  o fede le proprie speranze, evidentemente ha conosciuto qualcosa di buono ovvero una qualche gratificazione soddisfacente per sé ed è quindi riuscito a strutturarne una rappresentazione mentale carica dei propri affetti.

La capacità di nutrire speranza quindi non è tanto legata alle numerose esperienze più o meno positive vissute nella vita adulta, quanto al tipo di cognizione strutturata nelle prime fasi del nostro sviluppo, quando abbiamo percepito l'essere vivi come momento di felicità e pienezza.
Quella cosa buona dentro che irradia la sensazione che vivere è bello: naturalmente si tratta di una posizione emotiva ed affatto razionale. Dovremo crederci? Sappiamo che talvolta la natura usa ogni mezzo per condurci al suo fine e... accade che inganni.

Chi dispera non aspetta e non crede, non nutre speranze: non parliamo di quel cinismo o nichilismo di maniera predicato da gente che, mentre gioca al pessimismo cosmico, pratica l'opposto e si gode la vita, usando la propria ideologia solo per legittimare la mancanza di  impegno e solidarietà, senza farla sfigurare come pigrizia o avarizia (una delle tante mistificazioni di comodo) no, parliamo delle persone davvero disperate.
Disperazione non vuol dire miseria materiale: ci sarebbe da stupirsi nel considerare quanti straccioni siano capaci di fiducia umana molto più di tante altre persone collocate più in alto nella scala sociale.

Al riguardo vi racconterò un aneddoto che forse vi farà sorridere (se avete resistito fin qui a leggermi): avveniva praticamente in un'altra vita, ero giovanissima e da poco iscritta all'Università, giravo la zona per me del tutto nuova con una mia amica in uno spazio libero tra le lezioni.
Mi venne in mente un'idea un pò matta (matta lo sono stata sempre: in questo ho un curriculum ineccepibile) proposi alla mia amica un esperimento sociale e la malcapitata, ridendo accettò.
Comprammo un mazzetto di fiori da un rivenditore ambulante e cominciammo a fermare i passanti per salutarli e regalare un fiore a ciascuno di loro: non li trattenevamo che i pochi secondi necessari a porgere il fiore, non chiedevamo assolutamente nulla in cambio, non predicavamo nulla, eravamo due ragazzine giovanissime, pulite, sobrie e di ottima presenza... ebbene la maggior parte della gente rifiutò quel fiore.

Voi  mi direte che avevano ragione, avendo acquisito alla propria esperienza, che chi ti ferma per strada può essere un ladro, un seccatore, un fanatico di qualche setta o qualcuno che vuol venderti qualcosa...
Si, va bene, sarà così anche nel 99% dei casi, ma personalmente ho rilevato in quella occasione una maggiore apertura nelle persone che per aspetto ed abbigliamento sembravano collocate più in basso nella scala sociale, dal canto mio credo che, per sfortunate che fossero, quelle persone non erano disperate: le altre erano disperate, perché è la diffidenza che genera la disperazione, la convinzione che l'attenzione degli altri non sia dovuta a simpatia, solidarietà, amore o comunque ad un sentimento positivo che noi possiamo avere ispirato, ma piuttosto a malevolenza, interesse, intenzione di sfruttarci o fregarci in qualche modo, il che (per carità) è pur vero in tanti casi, ma...

L'equilibrio tra la prudenza e la disposizione positiva verso il prossimo è legato al sentire che noi abbiamo di noi stessi: ci consideriamo degni d'amore in fondo al nostro animo?
Se la risposta è no, allora siamo disperati, a prescindere dalla nostra fortuna e dal nostro successo e saremo condannati alla guerra per il potere, quel potere che ci permetterà di tenere sotto controllo coloro da cui non ci aspettiamo di poter essere amati.
Purtroppo il controllo non ci darà soddisfazione perché saremo portati a disprezzare e svalutare coloro che abbiamo sottomesso e tenderemo ad infliggere loro la nostra stessa disperata sofferenza.



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