Le ali della paura

Ora era silenzio: rimase  per un po' immobile, accucciata dolorante tra la credenza ed il tavolo. Come ci fosse finita non riusciva a ricordarlo, ma percepiva bene la paura. La paura, quella vera, quella che ti annienta mentalmente come un pugno nello stomaco che svuota le viscere. Un involucro vuoto: si sentiva così, un po' al di sotto di uno scarafaggio in fuga in una crepa del muro. Lo scarafaggio vuole salvarsi, lei invece non riusciva a muoversi. Un'occhiata all'orologio sul muro di fronte a lei: erano le sette di sera, già tardi e c'era da pensare alla cena. L'idea le balenò nella mente accompagnata da un sibilo di terrore e da un'angoscia febbrile. Doveva sbrigarsi: cominciò a tirarsi su, le facevano male le ginocchia, intravide un grosso livido sulla coscia e sentiva il labbro tumefatto, evitò con attenzione lo specchio e si diresse verso il bagno per ripulirsi con l'acqua fredda: si lavò con cura e circospezione il viso e le mani, tamponò la coscia con un asciugamano bagnato. Si rese conto che aveva bisogno di cambiarsi, così si spogliò in fretta, raccolse i capelli ed entrò nella doccia. L'acqua gelida sulla pelle ed il bruciore lancinante sui graffi sembravano funzionare come un lubrificante in un congegno bloccato: fluida, calda ed impetuosa montava la rabbia a sollevare coperchi e vapori di ricordi ed era lì a giganteggiare sulla misera e pavida creatura che la paura, stilla dopo stilla, aveva modellato perché soccombesse prontamente ad un taglio di sguardo o ad una intonazione di voce. 

Eppure lo amava ed aveva bisogno di lui: non poteva immaginarsi senza, le sembrava che non potesse esistere altro: i suoi sarebbero morti di vergogna ed oltretutto neanche navigavano nell'oro. Doveva sbrigarsi: finì di sciacquarsi ed uscì dalla doccia, infilò l'accappatoio, gettò gli abiti sgualciti e macchiati  nel cesto della biancheria da lavare (agli strappi poi, avrebbe pensato dopo) ed andò a rivestirsi. Fu meno facile di quanto si era immaginata: le giunture erano doloranti ed alcuni movimenti impossibili, comunque in qualche modo alla fine riuscì ad indossare la biancheria intima ed una tuta, altro non si poteva. Questa volta aveva creduto di morire, ma invece niente: era ancora lì e doveva ancora cucinare e poi servire in tavola... con quella faccia.

"Se scappassi da tutti?" Le suggerì inaspettatamente una vocina: la scacciò con fastidio, anche questo pensiero le incuteva paura. Non sapeva dove andare: dove avrebbe dormito? Come avrebbe fatto a vivere ed a tirare avanti? "Barbona!" era proprio uno degli appellativi con cui si sentiva apostrofare spesso: non uno dei peggiori, del resto. Lui  era un tipo esigente questo era stato chiaro subito, ma sembrava affidabile e serio, gran lavoratore: ai suoi era piaciuto subito e a lei non era sembrato vero uscire dalla casa di suo padre e poi prima le sembrava gentile,  si era sentita già grande, una donna, una donna bella e seducente  almeno per qualcuno.

Lo aveva sognato il grande amore da sempre nelle fiabe col principe azzurro, nei romanzi che leggeva durante i pomeriggi invernali così lunghi e noiosi, sempre chiusa in casa: non si poteva uscire, la sua era una famiglia severa, ci tenevano a queste cose, lei le prendeva anche se si tratteneva mezz'ora in più a chiacchierare con le amiche all'uscita di scuola. Anche allora aveva paura: rigava dritto, era stata una ragazza seria e in fondo le era sembrato giusto, perché aveva imparato anche da sua madre e dal sacerdote che la riservatezza ed il pudore sono gli ornamenti della purezza: la cosa più preziosa che una fanciulla possa possedere e da custodire gelosamente. Anche allora a volte si sentiva arrabbiata, ma poi era sempre sopraffatta dal timore reverenziale per i sui genitori. Era giusto obbedire ed essere grati, ma forse era solo paura anche quella, non così però, non come adesso.

Quest'amore in fondo era stato la sua ribellione, quella prima rabbia che, sentendosi protetta da lui, era riuscita a tirare fuori e perciò lo aveva voluto anche contro le regole, fino a trovarsi incinta e scappare via con lui: era stato un colpo duro per suo padre, ma poi lui l'aveva sposata: non che le cose fossero tornate come prima, ma insomma i suoi genitori avevano accettato la situazione. Già era stato tanto questo: non poteva chiedergli altro. Ora qui nessuno l'avrebbe protetta. La bambina dormiva nella sua culla in camera: non l'aveva sentita piangere, evidentemente non si era svegliata, malgrado il trambusto. Abbozzò un mezzo sorriso, ma non poteva stirare le labbra.

Desiderò vedere la sua bimba e piano piano, attenta a non far cigolare la porta, dischiuse l'uscio della camera: la bimba dormiva placidamente col visetto paffutello ed i lineamenti distesi nel sorriso, forse, di un sogno infantile. Ora lei era vicina alla culla e la guardava incantata: la piccola in quell'abbandono fiducioso le appariva come l'immagine riflessa della sua purezza tradita. Era innocente la bambina, di un'innocenza rubata, quella che era appartenuta a lei stessa. Sentiva ora le lacrime rigarle il volto e giungere alle  labbra tumefatte, poteva anche vederle scorrere oltre intrise di rosso a macchiare la felpa della sua tuta pulita di bucato e perciò non osava prendere in braccio la piccola per timore di sporcarla: non voleva farle del male, no, questo non lo voleva. Si allontanò rapidamente come se fuggisse da un pensiero mostruoso e richiuse la porta, ma piano, silenziosamente, per non svegliarla.

Tornò in cucina: erano le otto, c'era disordine ed il fuoco spento: non ce l'avrebbe fatta in tempo a ripulire e preparare tutto in mezz'ora e sarebbe successo un altro finimondo. Lui sarebbe stato furioso, lo era già prima: non ne sarebbe uscita viva. Cosa ne sarebbe stato della bambina e della sua innocenza? Ora il cuore le galoppava nella gola: non c'era più tempo bisognava fare presto. Tornò in camera, raccolse delicatamente la piccola dalla culla e la strinse con dolcezza sul petto. La bambina cominciò a fare versi, ma lei non ci fece caso: era stravolta dal terrore e doveva fare in fretta. Raggiunse il davanzale, lo scavalcò sedendo con le gambe nel vuoto e la sua piccola in grembo, guardò in basso: sembrava tutto così piccolo! Poi guardò in avanti: il cielo era limpido e nero, punteggiato delle prime stelle della sera. Tirava un venticello gelido e la bambina cominciò a piangere, forse per il freddo, perciò lei si chinò in avanti ed ancora più avanti per scaldarla e caddero: si schiantarono prima che lei avesse il tempo di percepire il volo,  capire e provare paura. Non questa volta.

Lui, poveretto, fu compianto da tutti, perché aveva sposato una pazza che le aveva ucciso la figlia. I genitori di lei passarono giorni a piangere scuotendo il capo: non stava bene, era sempre stata una matta ribelle, quanti dispiaceri gli aveva dato... di lei era rimasto fino al mattino sulla strada quel grosso fiore rosso impudico, caduto dal cielo con quella creaturina in grembo, poi avevano pulito e la gente aveva ricominciato a camminare sul marciapiede, la vita scorreva con la gente indaffarata sulla strada come se  mai nulla fosse  accaduto.


Commenti

  1. Sfinge...quanto dolore in questo racconto! Racconto che purtroppo sa di verità e realtà.
    E' che giudicare una persona che si toglie la vita e la toglie alla sua bambina... giudicarla pazza o esaurita è facile e veloce. Un detersivo buono he in una passata sola toglie tutto lo sporco senza neanche risciacquare.
    Quante volte sentiamo questa giustificazione di fronte a certi suicidi ma sarà sempre vero?
    Il tuo racconto dà veramente da pensare.
    Ciao e Buona Pasquetta

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    1. Quante sono le storie di cui in realtà non sappiamo quasi nulla, se non quelli che qualcuno lascia trapelare "pro domo sua"? Quante volte giudichiamo senza cognizione di causa? Troppe in realtà Patricia... Buon lunedì dell'Angelo: un abbraccio :-)

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