Musica ed emozioni: il ruolo della cultura

Secondo uno studio condotto da Josh H. McDermott ed i suoi collaboratori recentemente pubblicato su Nature, i nostri gusti musicali sono soprattutto condizionati dal clima culturale all'interno del quale ci siamo formati. Alcuni raggruppamenti di note vengono percepiti come piacevoli o consonanti nella cultura occidentale, mentre altri come spiacevoli o dissonanti. Secondo una convinzione diffusa nel mondo scientifico,  il gusto estetico sarebbe universale nella specie umana e connaturato su basi biologiche, ma questo assunto è stato messo in discussione da etnomusicologi e compositori. Il gruppo di McDermott ha studiato il gusto musicale negli  Tsimane, una popolazione amazzonica non esposta alla cultura occidentale, comparandolo con le preferenze di una popolazione boliviana e statunitense i cui membri avevano avuto diversi gradi di esposizione alla musica occidentale.

I soggetti selezionati per la sperimentazione dovevano valutare la piacevolezza dei suoni ascoltati. Il risultato dimostra che gli Tsimane trovavano ugualmente piacevoli suoni consonanti, dissonanti ed armonie vocali ed invece il livello di apprezzamento per la consonanza musicale di tipo occidentale andava aumentando negli altri soggetti in base al grado di esposizione culturale ai generi musicali dell'occidente. Gli autori concludono che l'influenza della educazione è determinante nello stabilire i gusti musicali delle persone.

Questo studio conferma (anche per la musica) una regola già nota del nostro funzionamento mentale. Le cose che conosciamo ed alle quali siamo abituati, perché le abbiamo sentite e viste spesso, ci diventano familiari, forse rassicuranti in qualche misura e perciò esse suscitano in noi una emozione più piacevole delle cose con cui al contrario, non abbiamo alcuna dimestichezza. Questo è un principio di psicologia, noto da tempo, come "effetto di mera esposizione" (Bornstein, 1989) una forma di condizionamento, per la quale l'aumento di frequenza di esposizione ad un determinato stimolo, basta di per sé a farlo percepire come più gradevole di altri del tutto nuovi. Questo principio trova applicazione sicuramente in alcuni tipi di comunicazione mediatica, come i messaggi pubblicitari o le poco oneste tecniche di plagio mentale (lavaggio del cervello) dove messaggi, anche mistificatori, vengono ripetuti fino a renderli accettati, cortocircuitando la critica.

Il gusto musicale tuttavia, quello acquisito nella cultura nativa, probabilmente utilizza anche circuiti differenti rispetto a quello del semplice condizionamento ed è qualcosa che arriviamo ad amare profondamente come il dolce suono della nostra lingua madre, il che tuttavia ancora non spiega come mai un amante di musica classica possa generare figli fanatici per l'heavy metal... ma tant'è, non possiamo spiegare proprio tutto, evidentemente.





Commenti

  1. Ti dirò, Clara, mio papà adorava la lirica. A me invece proprio no!
    Non mi ha mai costretto ad ascoltarla insieme a lui quindi non posso dire che il mio disinteresse sia divuto ad una sorta di ribellione.
    Di certo ho sempre preferito il rock. Perchè? Non so dirti

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    1. Appunto dicevo... :-D anche se alla fine la mia era più una battuta... in effetti lo studio si riferisce ad associazioni di note, gruppi di note che possiamo percepire più o meno armoniche e gradevoli, non a generi musicali propriamente, ma la battuta ci stava e tu lo confermi... ma potrei confermarlo anch'io!

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  2. Esatto! Note che attirano, che si fanno ascoltare da sole. Note che danno un ritmo che regala brividi sotto pelle e di piacere.
    Senza offesa per nessuno ma con la classicae la sinfonica mi addormento e conla lirica mi viene da pensare ad una pestata di calli. Ops! 😶

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