Gelosia: il demone nell'ombra

16/07/2013


Bisognava toccare anche questo argomento prima o poi e di questi tempi, con tutti i reati cosiddetti di genere che ci sono in giro, pare sia un argomento di grande attualità.

La parola "gelosia" nel linguaggio comune indica il timore di un innamorato/a di perdere in tutto o in parte l'attenzione e/o l'amore del suo partner. Nel nostro bel dialetto partenopeo invece la parola "gelosia"  pur conservando   questo significato,  è utilizzata anche e forse soprattutto in una accezione più generica,  praticamente come sinonimo di "invidia".
La cosa in realtà non è casuale: gelosia è un termine di derivazione greca, il termine originario è zelos, che vuol dire appunto brama, bramosia o desiderio.
Il termine invidia ha invece una derivazione latina: in video, ovvero vedere o guardare sopra e, potremmo noi aggiungere, guardare con bramosia e desiderio astioso.

Ora nella nostra evoluzione linguistica  la parola invidia contiene una connotazione più negativa, come sentimento di rancore ed astio verso qualcuno che possiede qualcosa che manca a chi soffre di invidia, appunto, sicché l'agire dell'invidioso sta nel privare l'altro di quel qualcosa per impossessarsene lui stesso.
Il sentimento di invidia ha radici profonde ed ancestrali ed è connesso col dolore legato alla privazione.
 Melania Klein lo descrive nel suo "Invidia e gratitudine", né mi è qui possibile sintetizzarne in forma semplice i contenuti: mi limito a dire che secondo la Klein, questo sentimento con la sua sconvolgente angoscia  e la  rabbia distruttiva che può derivarne è presente già nel lattante.
Prima di una certa età le capacità previsionali del bambino sono praticamente nulle per cui qualunque disagio ed in particolare la fame, il freddo, etc. vengono vissuti in forma totalizzante ed angosciosa.
Quando il bimbo inizia a distinguere i suoi oggetti ed ad individuare la madre come dispensatrice unica di dolore (per l'assenza) e gratificazione, sviluppa fantasie primitive: può "invidiare" il suo seno caldo e pieno di latte, sul quale però non esercita un controllo onnipotente, può essere "grato" alla madre, che comunque soddisfa tutti i suoi bisogni, infondendogli anche una profonda rassicurazione emotiva. 
Il sentimento di gratitudine prevale quando il bimbo impara a tollerare l'attesa, il che può avvenire in un clima di sicurezza e gratificazione reciproca.
L'invidia prevale quando questa sicurezza non si sviluppa in modo adeguato.
Questo concetto che ho estrapolato e semplificato il più possibile (spero senza averlo travisato) dalla complessa e profonda analisi della Klein, mi serve qui soprattutto per stabilire questo collegamento:
la sicurezza, intesa, stavolta nell'adulto, anche come soddisfazione e buona stima di sé, corrisponde al sentimento positivo di riconoscimento e rispetto dell'altro, al contrario l'insicurezza e l'auto svalutazione profonda, ancorché misconosciuta, rappresentano un assetto emotivo dove facilmente attecchiscono violenti sentimenti di invidia e/o gelosia.
Ciò che noi chiamiamo gelosia, come intuito sul piano linguistico nella accezione dialettale del termine, è una forma di invidia: l'oggetto del nostro amore o desiderio possiede qualcosa che noi non abbiamo, ma che può renderci felici e gratificarci profondamente. 
Se nel corso del nostro sviluppo, ci siamo sentiti sicuri dell'amore di cui eravamo investiti e quindi siamo certi del nostro valore, insomma abbiamo sviluppato la nostra "sicurezza ontologica" probabilmente riusciremo a stabilire rapporti equilibrati, fermo restando il fatto che la sofferenza e la privazione non sono eliminabili dalla vita, per cui comunque non saremo mai del tutto immuni dai sentimenti di gelosia, ma difficilmente ne svilupperemo di patologici.
Se le nostre basi invece non sono state sicure nelle fondamenta, probabilmente non ci siamo sentiti abbastanza amati, forse non ci consideriamo degni d'amore (in fondo, in fondo o quanto meno, temiamo di non esserlo) e quindi avremo necessità di controllare e possedere l'oggetto del nostro desiderio.
La gratificazione narcisistica che ricaviamo dal dominare l'altro consiste nel sentirci più bravi, più importanti, più capaci, più forti, nonché sicuri ed è anche probabile che a questo punto venga proiettato sull'altro, una volta acquisitone il controllo ed il dominio, il proprio spettro depressivo, vale a dire l'umiliazione,  la svalutazione e l'insicurezza e tutto quanto ci ha indotto a scegliere di possedere, piuttosto che di essere amati.
In questi assetti di personalità, evidentemente immaturi, la perdita dell'oggetto amato risveglia ancestrali angosce di morte .... che rischiano anche di essere agite in senso auto o etero aggressivo.
Esistono poi condizioni culturali, costumi e situazioni che possono favorire ed avvallare la violenza di genere, ma per oggi mi fermo qui. In altre occasioni si potrà parlare di questo ed anche dei deliri di gelosia, delle strutture ossessivo compulsive e via dicendo: in fondo questo non è che un preambolo ...


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