Il fuggiasco ed il clochard

Gli avevano sempre detto cosa fare: a che ora alzarsi ed a che ora andare a dormire, quando e cosa mangiare, in quali giorni uscire e l'orario di ritirata, cosa poteva, cosa non poteva, cosa doveva ...
In fondo quello che capita a tutti i ragazzi che vivono in una famiglia con un padre ed una madre almeno per un minimo rompiscatole! Il dovuto diciamo, o forse anche un qualcosa di più.
Questa volta, guardandosi intorno nella enorme piazza illuminata dalla luce elettrica, respirava l'aria fresca della sera ed insieme con l'aria gli gonfiava il petto una sensazione strana, percepiva una dimensione sconosciuta: lui non era una parte di qualcosa, ma qualcuno per sé.

Non che si trovasse solo, ma il suo amico era poco distante e gironzolava per conto proprio fermandosi a chiacchierare qua e là, senza mostrare la minima preoccupazione di perderlo.
Un pensiero di libera inquietudine passò lentamente davanti alle sue pupille e ne animò lo sguardo: tutto quello che gli stava intorno erano un luogo e della gente sconosciuta.
In fondo era un fuggiasco senza un posto dove tornare,  senza una meta e con pochi spiccioli in tasca: dalla sua possedeva solo l'incoscienza e l'orgoglio dei suoi pochi anni.
Il suo amico conosceva qualcuno che li avrebbe ospitati per la notte, ma non si sapeva per certo come e quando ed ormai era notte inoltrata.
Cercò con gli occhi un angolo dove non vi fosse gente e sedette da solo sul muretto sovrastato da una inferriata scura in ferro battuto che recintava il giardino pubblico confinante con la piazza: in realtà, benché vigile ed anzi eccitato, avvertiva la stanchezza. Avevano viaggiato e camminato tutto il giorno, era rimasto in piedi nei treni di seconda classe coi sedili scomodi in legno e mangiucchiato appena un panino: appoggiò la schiena all'inferriata e si abbandonò un istante ad occhi chiusi.
Poteva farcela, anche se non aveva pensato come, il problema per il momento era di arrivare più lontano e non farsi trovare: probabilmente lo stavano cercando e lo avrebbero riportato a casa per forza.
Qui si sarebbero fermati solo per la notte, poi sarebbero ripartiti ancora  l'indomani: voleva aumentare il più possibile la distanza da casa dei suoi.
Il nuovo "compagno" di sua madre in quelle ore doveva avere uno dei suoi grugni terribili con quelle smorfie che faceva quando era molto arrabbiato, prima che partissero calci e schiaffi.
Non sarebbe certo stata la prima volta: sua madre gli raccomandava di obbedire e non rispondere ai grandi, ma quello una ragione o una scusa riusciva a trovarla lo stesso.
Era il peggiore tra gli uomini che la madre era riuscita a rimediare, ma lei proprio non poteva farne a meno ...
Al momento giusto lei lo difendeva debolmente, forse aveva paura o forse ... non riusciva a spiegarlo, per debolezza, ma  lasciava fare. Rabbrividì e riaprì gli occhi: la piazza ora era semideserta e le luci alle finestre delle case erano tutte spente, restavano solo quelle dei lampioni riflesse sull'asfalto lucido dell'umidità della notte.
Sentì quella voce accanto a sé all'improvviso, diceva basso ed un pò rauco:
"non ci andare"
Si girò di scatto e vide un uomo messo un pò male con la barba lunga, i capelli arruffati e una giacchetta sgualcita. Lo fissava con due occhietti vivissimi e luccicanti, profondi ed indecifrabili come il cielo di notte.
L'uomo ripeté: "non ci andare"
Paolo, era questo il nome del ragazzo, si scostò istintivamente e chiese sorpreso: "cosa?"
Lo sconosciuto fece una smorfia strana con la bocca e scandì: "Il tuo amico, si quello che è arrivato in piazza con te qualche ora fa, sta contrattando con quel tizio per andare a dormire da lui: non ci andare, quel tizio è conosciuto perché gli piacciono i ragazzini come te, li ho sentiti: parlano di questo, il tuo amico lo sa. Stanno discutendo e contrattando di questo"
Paolo lo guardava intontito dal sonno e dal freddo: "Chi sei tu? Non è possibile, non è vero!"
L'uomo vicino a lui non mosse un muscolo, ma insistette: "In questa piazza io ci vivo, quello lo conosco: i ragazzini li compra! E poi li ho sentiti parlare, mentre tu dormivi"
"Perché dovrei credere a te?" ribattè il ragazzo
"shhhh ascolta!" l'uomo si alzò lentamente e con cautela si accostò rasente il  muro d'angolo facendogli cenno d'avvicinarsi: da quella posizione si poteva ascoltare abbastanza distintamente la conversazione che avveniva poco distante tra un uomo alto coi capelli bianchi e ben vestito ed il giovane amico di Paolo, Leonardo.
Leonardo era un compagno di strada, l'unico di cui Paolo si fidasse, ma di alcuni anni più grande: lo aveva aiutato a scappare e procurato i soldi per i biglietti del treno.
"Non ti preoccupare, quando siamo a casa magari beviamo qualcosa, poi sai, quello già ha esperienza: sa come funziona, gli ha insegnato il patrigno, figurati!  Me lo ha pure raccontato"

Paolo dopo un istante di smarrimento fu per esplodere, ma si sentì bloccare da un braccio robusto ed una mano gli tappò la bocca: "Fermo!" sussurrò la voce alle sue spalle "da qui dobbiamo andare via: vieni con me, non ti troveranno" gli fece cenno di tacere, gli liberò la bocca ed allentò la presa, poi si avviò sempre rasente il muro, facendogli cenno di seguirlo .... (continua .... forse)


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